Un fenomeno universale

giorgio_cheda-portrait1di Giorgio Cheda, storico

Non dobbiamo dimenticare che nella storia umana l’emigrazione rappresenta un fenomeno universale. È sempre stata accompagnata da aspetti negativi, poiché emigrare significa rompere i legami famigliari e sociali e affrontare enormi difficoltà per integrarsi in un ambiente nuovo. 

Questi problemi sono ben noti, come testimoniano anche le lettere scritte dagli emigranti. Se si leggono anche solo un paio di questi documenti, si troveranno le tracce di questi aspetti negativi, di questi problemi difficili da risolvere in un contesto che era diverso, in termini di lingua, cultura, geografia eccetera.

Gettando uno sguardo oltre questa faccia negativa dell’emigrazione e guardando le cose sul lungo periodo, si possono intravvedere gli effetti positivi.  Ad esempio, l’emigrazione è all’origine di cambiamenti di mentalità, dell’apertura verso altra gente e situazioni diverse, in ambito culturale, religioso o politico.

Direi che l’emigrazione è una necessità strutturale per la popolazione, per i singoli e per gli individui in quanto membri di una famiglia o di un gruppo. Consente di aprirsi verso altre persone, di essere consapevoli che esistono situazioni, strutture sociali, idee filosofiche e politiche diverse. Delle realtà ben differenti da quelle presenti e radicate nel luogo di origine. L’emigrazione rappresenta così un arricchimento culturale.

Prendiamo l’esempio della lingua. Ho avuto tra le mani varie lettere, specialmente dalla California, scritte in inglese. Non perché i migranti avevano dimenticato l’italiano, ma per il fatto che volevano celare agli altri membri della famiglia questioni affaristiche che concernevano soltanto il padre, che era qui in Ticino e parlava inglese. Il figlio, che continuava a gestire il ranch, comprando e vendendo in California, voleva informare suo padre, e nessun altro. Per questa ragione scriveva in inglese.

Alcuni migranti hanno poi scritto il proprio diario in inglese, e non in italiano. Anche questo rappresenta un arricchimento culturale per i contadini delle nostre valli. Per queste ed altre ragioni, penso che l’emigrazione debba essere vista come un incitamento all’apertura verso gli altri, un’opportunità per conoscere nuovi mondi, altre culture e stili di vita diversi. Offre delle possibilità che, fino ad allora, gli abitanti dei piccoli villaggi di montagna non avevano mai vissuto.

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