Alla scoperta dell’Australia

di Giorgio Cheda, storico

Durante l’estate 1992 ho accompagnato un gruppo di amici in Australia. Il viaggio era stato ideato con un duplice obiettivo: scoprire alcune meraviglie naturalistiche del continente, e visitare la regione, direttamente a nord di Melbourne, dove, a metà Ottocento, due migliaia di contadini ticinesi hanno inseguito invano la dea fortuna propagandata dalle agenzie d’emigrazione d’oltralpe.

La straordinaria impressione lasciata dai deserti rossi e dalla boscaglia con le innumerevoli varietà di eucalipti, il contatto con la civiltà autoctona condizionata soprattutto dalla necessità di emigrare per sopravvivere, nonché il ricordo delle lettere dei miei antenati emigrati fra i canguri, hanno confermato la convinzione di una profonda affinità fra la montagna e il deserto.

Il viaggio ha così appagato il desiderio di un confronto, riannodando i fili di un’appassionante avventura giovanile che mi aveva stimolato a pubblicate nel 1976 i due volumi dedicati all’emigrazione ticinese in Australia arricchiti da 350 lettere dei cercatori d’oro.

La storia australiana e quella svizzera si sono così incontrate, quasi per caso. Aborigeni e svizzeri! Una forzatura dirà qualcuno abituato a scandagliare le vicende umane solo con qualche spuntato grimaldello del folclore locale. Aborigeni e cercatori d’oro hanno almeno una caratteristica comune; entrambi appartengono alla grande famiglia dei vinti. I primi, vittime di coloro che si sono impadroniti delle ricchezze dell’Australia, sterminando quasi 300’000 pacifici mangiatori di ragni e lucertole che rosicchiavano qualche osso di canguro accompagnandolo con il miglio selvatico raccolto dalle donne e dai bambini, seme dopo seme, tra gli eucalipti che perdono la corteccia, ma non le foglie, e gli ultimi cespugli arsi dal sole e spezzati dal vento.

Per non essere riusciti a racimolare i soldi del viaggio di ritorno, molti ticinesi emigrati in Australia non hanno potuto confortare la mamma e asciugare le lacrime alla morosa invecchiata.

Sono andato a trovarli nel cimitero di Eganstown, Victoria, a poche miglia dai luoghi dove avevano cercato, invano, le pepite d’oro.

 Ayers Rock è la più bella cattedrale d’Australia, edificata al centro del continente da quella forza prorompente che ha decorato i deserti. La gigantesca arenaria rossa, con venature di feldspati grigio-cremisi, fuoriesce dalla sabbia per oltre trecento metri di altezza. La sua circonferenza misura otto chilometri e la sommità è solcata da profonde buche. Durante il periodo delle piogge esse danno origine a una sequela di cascate che hanno profondamente inciso le pareti della montagna sacra. Una sacralità continuamente tormentata, levigata, scavata dal vento, dalla pioggia sferzante, dai movimenti impercettibili ma inarrestabili dell’escursione termica. Sulla sua superficie, quasi un miracolo, puoi anche incontrare uno scarabocchio di fiore rosso, appiccicato alla pietra come una cocciniglia essiccata.

Ayers Rock prima della febbre dell’oro aveva un altro nome: si chiamava Uluru. Era un centro religioso che ha aiutato gli Aborigeni a sopravvivere in un habitat fra i più ostili del globo, sollecitando risposte feconde, forse mai espresse altrove con una vitalità così possente. I nativi ne hanno pagato lo scotto e sono stati scacciati dalla loro cattedrale colorata.

Per chi ha conquistato il centro dei deserti con l’aereo, o i fuoristrada, È stato assai semplice trasformare in simbolo nazionale questo gigantesco monolite di arenaria levigato dalla sabbia finissima, scanalato dalla pioggia provvidenziale dei sogni. Uluru ha dovuto così issare la bandiera dei discendenti dei coloni arrivati qui appena un secolo e mezzo fa. Anche se continua a cambiare colore ad ogni stagione e ora del giorno, non appartiene ormai più al patrimonio di coloro che si dissetavano all’ultima polla riparata dal dardeggiare del sole e dal soffiare asfissiante del vento.

Il viaggio in Australia alla ricerca dei discendenti e dei luoghi dove hanno lavorato i cercatori d’oro ticinesi ha significato pure la scoperta del Dreamtime: la concezione del mondo degli Aborigeni vittime della colonizzazione. Un’importante lezione per meglio interpretare la storia delle migrazioni.

2 thoughts on “Alla scoperta dell’Australia

  1. All people migrated to Australia, even the Aborigines.
    There are and were good and bad people in all cultures, not all of ‘white man’ was bad for the Aborigines. What is bad is that the Aborigines took to alcohol and tobacco and to this day its still their downfall. Ayers Rock belongs to all people, but it now belongs to the Aborigines. When you visit Australia, you don’t see everything. I have been racially abused twice by Aborigines because of my white skin. I love my Country and if all people lived in peace with one another it would be the ideal place to live.
    Debra

Leave a Reply to Debra Talbot Cancel reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out /  Change )

Google photo

You are commenting using your Google account. Log Out /  Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out /  Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out /  Change )

Connecting to %s

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.