Marin e i monumenti degli immigrati

Dale Bechtel, swissinfo.chdi Dale Bechtel, swissinfo

Non voglio lasciare San Francisco senza visitare un quartiere della città noto per la sua recente immigrazione. Soltanto così posso rendermi conto cosa significhi essere un nuovo arrivato in un posto sconosciuto.

Mi dirigo verso Mission Street sulla 17. avenue. È una zona multiculturale – anche se a dominare è la cultura latina ed americana – con accoglienti ristoranti guatemaltechi, musica latina che fuoriesce dai negozi di vestiti scontati e parecchio spagnolo parlato per strada. Un altro segno tangibile della forte presenza d’immigrati è il gran numero di uffici per il trasferimento di denaro (“Envios de dinero”) e di alloggi di base (possibilità di affittare camere per un giorno, settimane o mesi).

Ho scattato alcune fotografie delle colorite bancarelle di arance e manghi situate davanti alle drogherie, con l’intenzione di scoprire cosa finisce nella busta della spesa degli immigrati di oggi e di paragonare i loro acquisti a quelli effettuati in uno dei mercati agricoli più grandi della California, frequentato da americani affermati e con una buona formazione scolastica.

Il giorno seguente ho così visitato il mercato dei contadini della Contea di Marin a San Rafael. Anche qui si vendono agrumi, anche se i prodotti più richiesti sono le verdure, preferibilmente di coltivazione biologica.

 I discendenti dei ticinesi della Contea di Marin continuano a essere padroni di ampi terreni agricoli. Mentre la produzione casearia è l’attività più diffusa in campagna, sono i coltivatori a mantenere la reputazione della regione quale sito per eccellenza per l’agricoltura.

Incontro Jim Fenton della società senza scopi di lucro che gestisce questo e altri mercati sparsi nella contea. Mi racconta di come la fiera del cibo goda di una popolarità crescente. Ascolta il racconto di Jim Fenton.

Jim con un venditore locale di formaggio.

Il mercato di San Rafael è frequentato giornalmente da 10’000 visitatori. Erano tra i 2’000 e i 3’000 soltanto pochi anni fa. Il mercato, mi dice Jim, non è stato colpito dalla crisi mondiale e, addirittura, ne potrebbe trarre beneficio. La gente sta in effetti passando dalla scala globale a quella locale, scegliendo carote biologiche invece di verdure trattate con pesticidi e importate via nave da migliaia di chilometri di distanza.

E alcune fattorie casearie della Contea di Marin hanno ricominciato a produrre il loro proprio formaggio, esattamente come facevano i migranti 100 anni fa.

In viaggio per Point Reyes Station, sulla costa, un ranger del centro del parco nazionale mi dà alcune indicazioni per giungere al cimitero di Olema, dove mi hanno detto sono seppelliti molti dei primi casari: Ottolini, Muscio, Righetti, Franzi, Grossi, Martinelli e Tomasini, solo per citarne alcuni.

Ci sono diversi mausolei decisamente impressionanti, a testimonianza del contributo alla regione degli immigrati svizzeri italiani. Mi ricordano i monumenti – raffigurati da graffiti – che ho visto il giorno prima in un vicolo di Mission Street. I nuovi immigrati stanno già marcando la loro presenza.

One thought on “Marin e i monumenti degli immigrati

  1. One question that came to me was what did the Mission District shoppers buy that was different from the Marin farmer’s market buyers.

    My guess would be ethnic foods that are not available at the Marin market such as those delicious freshly made tortillas and tomales. Other than ethnic foods, there are residents of the Mission who are working to bring in locally grown foods, promoting organic, and monitoring pesticide and other contaminants. There is intense activism in the Mission.

    Marin also has is a large population of folks from Mexico and Central America who would be drawn to the Marin farmer’s market because markets are a way of life for them. In addition to making purchases, markets are places to meet friends, and catch up on the latest.

    My friends go to the Palo Alto farmer’s market to buy fish freshly caught right off our coast, fruits and vegetables, and look for the sellers who they have gotten to know. They love to swap stories with them about their products, how they are grown, composting techniques, effects of the weather on their crops, why certain fruit trees did not produce much this year–all that stuff.

    Of course, you can exchange a few pleasantries with the checkers at big chain grocery stores like Safeway here or Migros in Switzerland, but how different that is from talking directly to the farmer and being offered a “crooked carrot” or out-of-round tomato to taste test! Yumm.

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