Come un bambino ha scoperto l’America

di Giorgio Cheda, storico

L’idea di recuperare la memoria dei ticinesi emigrati in California tra il 1850 e il 1950 risale agli anni dell’adolescenza, quando alcune favolose letture mi avevano sollecitato a viaggiare nel mondo intero.  Ho inseguito gli eroi di Salgari e di Kipling e li ho messi in concorrenza con gli scarni, ma veri, racconti di mio nonno e di mio padre, ambedue reduci da un’esperienza comune a molti contadini dell’arco alpino.

L’avventura del nonno mi si è stata impressa nella memoria attraverso la mediazione di mia madre che, bambina, aveva ricevuto da suo padre con la valigia in mano, il dono di una bambola in stoffa per sostituire un genitore vagamente menzionato, durante lunghissimi anni, nei conversari degli adulti. Giuseppe Martinelli aveva infatti staccato, la seconda volta, il biglietto per la Merica dopo aver lasciato il quarto figlio nel grembo della moglie. Ogni volta che guardo quel ritratto di una famiglia che sta per essere decapitata, provo un pizzico di fierezza contadina per aver dedicato così tanto tempo ed energie dei miei anni maturi a cercare, salvaguardare e valorizzare i documenti che cantano, come un coro possente e perfettamente intonato, la storia dei poveri. Parecchi fra loro sono diventati benestanti grazie all’emigrazione. Un lavoro ben fatto, perché basta crederci!

Mio padre parlava poco della California; era mia madre a interrogarlo spesso, anche se da noi quasi tutto ricordava l’America; a cominciare dalla casa che, da povera stalla senza bestie a causa della calamita del Pacifico, era stata acquistata e trasformata, grazie ai dollari che valevano ancora cinque franchi l’uno, in moderna abitazione, con i servizi igienici e il lavatoio. L’emigrazione aveva dunque favorito specialmente mia madre, che poteva fare il bucato senza più doversi caricare la gerla sulle spalle fino al riale o, quando gelava, sciacquare i panni sporchi alla sorgente sopra ai Ronchini: un’ora a piedi, come aveva imparato dalla nonna.

Da ragazzo mi ha sempre incuriosito un solido baule, parcheggiato in un angolo di una stanza poco frequentata, diventato silenzioso complice nel gioco a nascondino; un vero e proprio gioiello, se paragonato alle bisacce usate da chi partiva per oltremare. Come una grande scatola nera – viva testimonianza di un volo, felicemente riuscito però, dal Nuovo Mondo – esso aveva impressionato la popolazione di Maggia scesa alla stazione ad accogliere alcuni suoi figli rimpatriati appena qualche mese prima di quel giovedì nero del 1929 che aveva mandato in fumo tanti greenback sudati nel corral. C’era voluto un robusto carretto per trasportarlo a casa, appena scaricato dal bagagliaio della Valmaggina: il moderno treno regalato ai contadini e ai primi turisti per iniziativa di generosi e intelligenti, oltre che fortunati, eredi di emigranti, e con il contributo dei modesti risparmi di tanti mungitori.

Quel baule mi ha accompagnato nei viaggi immaginari attraverso il vasto mondo non appena ho potuto dispiegare sul tavolo di cucina la carta topografica di New York trovata, con le lettere dalla California, in fondo ad un altro tiretto. Ho imparato ad amare l’America decifrando i dettagli dei quartieri della Grande Mela, non ancora collegati dagli eleganti ponti dello svizzero Othmar Ammann; il porto dai mille moli dove attraccavano le navi provenienti da tutto il mondo con i loro carichi di emigranti che passavano a Ellis Island per la visita d’entrata; la Statua della Libertà che li accoglieva tenendo alta e stretta la fiaccola di un irrinunciabile ideale; i grattacieli di Manhattan che continuano a stupirmi anche dopo l’11 settembre 2001; Harlem vicino al Central Park, malfamato perché ci stavano gli Afroamericani (noi dicevamo Negri per via del colore della pelle…), addensati in duecentomila su un chilometro quadrato; l’intera popolazione del Cantone Ticino ammucchiata sopra la campagna del mio villaggio! Per me i Negri erano ancora quelli che mi avevano fatto versare calde lacrime leggendo La capanna dello zio Tom, e faticavo non poco (ingenuo!) a situarli nei bassifondi di quella metropoli simbolo del successo e del progresso senza limiti.

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